Volontariato e innovazione sociale oggi in Italia

Ecco la recensione di Renato Frisanco al libro curato da Ugo Ascoli  ed Emmanuele Pavolini, pubblicato nel 2017 da Il Mulino.

La pubblicazione proposta, pur datata, ha il pregio di offrire un ampio sguardo sul mondo del volontariato – organizzazioni e volontari – utilizzando i dati delle ricerche più significative condotte dalle diverse fonti (Fivol, Istat, in particolare)[1] fino al primo decennio del nuovo secolo, aggiornati da due ricerche promosse dalla ConVol[2] e realizzate nel  2014.

Queste sono state di fatto le ultime indagini campionarie su volontari e organizzazioni di volontariato prima della legge di Riforma del Terzo settore (2016) e del relativo Codice (2017). La pubblicazione, oltre ad avvalersi del contributo dei ricercatori, presenta alcuni approfondimenti tematici portati avanti dai curatori – Ascoli e Pavolini – insieme ad altri autorevoli studiosi dei fenomeni partecipativi e del volontariato come Costanzo Ranci, Luigi Ceccarini, Massimo Lori e G.B. Sgritta. Il contributo conoscitivo è di tutto rilievo, così come è apprezzabile la capacità di lettura diacronica dei fenomeni indagati. Il testo rappresenta l’ultima panoramica sullo stato di salute di un fenomeno in un’epoca caratterizzata da povertà di dati statistici[3] e assenza di studi e ricerche nazionali sul volontariato, lacuna che nemmeno il CSVnet[4] ha saputo colmare, pur avvalendosi di una banca dati, peraltro mai sufficientemente valorizzata.

Il volume dà conto dei “volontariati” (le organizzazioni delle sigle nazionali, quelle piccole e isolate; quelle professionalizzate e imprenditoriali così come quelle scarsamente dotate di risorse e “marginalizzate”; nonché quelle storiche vs quelle informali) e dei profili dei volontari (“un fenomeno multiforme”) di cui si colgono le tendenziali  variazioni sul piano della composizione (più istruiti e delle classi anagrafiche adulte, iperattivi, più orientati alla partecipazione socio-politica ma in ragione di un grado di fiducia molto basso verso la politica e le istituzioni), delle motivazioni (più autocentrate), del rapporto con le organizzazioni, con cui si identificano. Ancora non si colgono in pieno i segnali di un impegno dei volontari meno basato sull’appartenenza alle OdV e sulla militanza, ma più instabile e finalizzato all’operatività e ad un contributo a tempo, sul singolo progetto o evento. Così come l’effervescenza di un volontariato di singole persone che operano individualmente o dentro altre organizzazioni di terzo settore o pubbliche. Era già evidente invece la presenza maggiore di professionisti all’interno delle OdV sempre più portate alla gestione vincolante di servizi per conto delle istituzioni (con relativi processi di “ibridazione” e “isomorfismo” organizzativo), irrigidendo la governance senza ricambio generazionale e della leadership e, soprattutto, dando centralità al “fare” rispetto al proprio essere e alla propria visione. Nel contempo ciò non ha significato per le OdV una maggiore e incisiva partecipazione ai momenti di programmazione delle politiche sociali e del territorio – in parte per il peso “politico” e gestionale crescente delle cooperative sociali – ma piuttosto ha fatto deperire la loro tradizionale funzione di advocacy e di innovazione rispetto ai bisogni emergenti. Nel secondo decennio del nuovo secolo si acuisce la crisi del volontariato come soggetto politico, capace con le sue organizzazioni di assicurare il servizio senza rinunciare all’identità specifica, di indirizzare le politiche sociali, di sperimentare nuovi interventi per tutelare i bisogni emergenti, di ampliare il numero di volontari, in particolare dei giovani. Il volume racconta la lunga transizione del volontariato degli anni ’80 e ’90 verso le derive più gestionali proprio quando erano a disposizione gli strumenti tanto invocati da Tavazza e dai fondatori del volontariato moderno per preservarne autonomia e specifica vocazione: dal riconoscimento di ruolo (L. 266/1991), alla funzione sussidiaria (art.118 u.c. della L. Cost. n.3/2001), all’attribuzione della sua specifica funzione e all’eguale dignità nel partecipare alla programmazione e co-progettazione di politiche sociali e servizi con le istituzioni (L. 328/2000). La stessa Carta dei Valori del Volontariato, fortemente voluta da Tavazza per contrastare deviazioni sul piano dei valori e dei riferimenti identitari, non è stata sufficiente a dare slancio alle tante organizzazioni di volontariato che sono sorte anche nel primo decennio del 2000 (oltre 40 mila quelle attive). Da qui l’attuale revisione della Carta che fa i conti con un Welfare più debole e un Terzo settore più forte e con le mutazioni genetiche dei volontari che il volume non coglie ancora in pieno ma che sono oggi evidenti, come la disponibilità a fare volontariato nel paradigma della “reciprocità” e non più solo della “gratuità” o dell’altruismo, come dimostrano la propensione maggiore a operare nella dimensione dell’auto aiuto, a contribuire a salvaguardare i beni comuni del proprio territorio, a operare singolarmente e temporalmente senza impegni a medio-lunga scadenza, a esserci nel bisogno ricorrendo alla partecipazione digitale. Tale nuova fenomenologia chiede al volontariato di incrementare la sua dimensione culturale, di sensibilizzazione all’impegno solidale come dovere Costituzionale per tutti, compresi i beneficiari[5], nel farsi carico dei bisogni delle categorie più deboli e dei beni della comunità.

Il volume tratteggia storicamente il rapporto tra volontariato e istituzioni nell’evoluzione del Welfare e le tensioni esistenti con le altre forze del terzo settore. Il volontariato in primis e poi via via le altre componenti non profit hanno svolto un ruolo decisivo nel rafforzare e modernizzare un Welfare precedentemente sbilanciato sulla monetizzazione dei bisogni e sulla sua natura residuale e nel privilegiare un approccio promozionale e tendenzialmente innovativo rispetto a quello assistenziale e categoriale. Preso atto di questo ruolo la legislazione e le istituzioni hanno ulteriormente favorito lo sviluppo del non profit che è stato molto evidente fino al censimento ISTAT 2015. Cambia nel tempo anche il rapporto tra volontariato e istituzioni, dal “mutuo accomodamento” ad un sistema regolativo più stringente che ha introdotto contratti e convenzioni in un mercato sociale sempre più competitivo e tendenzialmente monopolizzato dalle compagini più attrezzate del Terzo settore. Cresce così la natura mista, pubblica-privata, del sistema di welfare che ha trovato piena legittimazione nella Legge 106 di riforma del Terzo settore considerato ormai il pilastro essenziale e non più solo complementare del sistema pubblico dei servizi. Ciò ha posto le basi per un travaso maggiore dei finanziamenti pubblici verso le organizzazioni maggiormente attrezzate e professionalizzate a discapito del supporto alle piccole organizzazioni di volontariato, che si reggevano su rimborsi pubblici essenziali per una funzione realmente sussidiaria rispetto alle istituzioni. Salvo fare il cambio di passo e forzare la propria natura organizzativa e identitaria per partecipare a bandi e usufruire della possibilità che le istituzioni optino per la “libera scelta” del soggetto a cui affidare la gestione di un servizio.

Infine il contributo di G.B. Sgritta affronta un tema, caro a Tavazza, quello dell’innovazione nei servizi offerti dal volontariato in un’epoca di tagli ai bilanci e di trasferimento di funzioni di copertura di bisogni sociali dallo Stato sulle spalle del volontariato. In questo frangente la sollecitazione pubblica al volontariato di spingere verso l’innovazione appare in molti casi più un appello a “fare di più con meno” che a sviluppare una strategia di estensione dei diritti e del riconoscimento dei bisogni e quindi a trasformare il volontariato in qualcosa d’altro. E’ evidente che l’attitudine all’innovazione del volontariato viene garantita dalla capacità di assumere una dimensione politica che significa non perdere di vista l’adovacy e con essa la partecipazione alla governance delle politiche di welfare.

[1] Sono stati gli Osservatori naturali del fenomeno volontariato, la Fondazione Italiana per il Volontariato (FIVOL) con le rilevazioni nazionali periodiche e con quelle territoriali realizzate per conto dei Centri di Servizio per il Volontariato e l’Istat con i censimenti triennali delle unità iscritte ai Registri regionali del volontariato dal 1993 ai 2001.

[2] E’ la Conferenza permanente dei presidenti delle grandi organizzazioni di volontariato, fondata da Luciano Tavazza nel 1997.

[3] Gli ultimi dati sulle organizzazioni di volontariato iscritte e non iscritte ai registri del volontariato e note al CSV sono quelli pubblicati nel ‘Settimo compendio statistico relativo al CSV e ai Comitati di Gestone dei fondi speciali per il volontariato’ dalla Consulta Nazionale dei Comitati di Gestione nel novembre 2016 e riferiti al 2014.

[4] Il CSVnet ovvero il coordinamento nazionale dei Centri di Servizio ha pubblicato qualche anno fa un primo tentativo di lettura dei dati sulle organizzazioni di volontariato che è rimasto tale in mancanza di un sistema informativo unico e guidato da criteri omogenei. Più recentemente, in occasione dei 20 anni della sua fondazione, ha invece pubblicato la storia di 69 dei 71 CSV ad essa associati e attivi al 31.12.2017 (a cura di Augello G., Venti anni di servizio CSV 1997-2017. Una storia di promozione del volontariato, CSVnet , Roma, 2017).

[5] I beneficiari dovrebbero anch’essi impegnarsi dopo l’aiuto ricevuto a restituire con azioni equivalenti quanto ricevuto. E’ quello che si chiama “welfare generativo”.

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